[O.T.] Donald Trump

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dostum
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Re: [O.T.] Donald Trump

#5716 Messaggio da dostum »

Monate


Oslo, 8 febbraio 2026 – La Norvegia è investita da nuove ripercussioni internazionali legate al caso Jeffrey Epstein. Si è dimessa l’ambasciatrice norvegese in Giordania Mona Juul, figura di primo piano della diplomazia di Oslo, dopo l’avvio di un’inchiesta su presunti contatti con il finanziere statunitense morto nel 2019 in carcere mentre era in attesa di processo per traffico sessuale.
L’annuncio è arrivato direttamente dal ministero degli Esteri norvegese. La diplomatica era stata sospesa dall’incarico nei giorni precedenti, proprio in attesa di chiarimenti sulla natura dei rapporti emersi nell’ambito delle verifiche interne. Il ministro degli Esteri Espen Barth Eide ha definito le dimissioni “una decisione giusta e necessaria”, sottolineando la volontà di tutelare la credibilità delle istituzioni e della diplomazia norvegese.
Secondo quanto riportato dai media norvegesi, al centro dell’attenzione ci sarebbe anche un presunto lascito economico attribuito a Epstein, che avrebbe destinato circa 10 milioni di dollari ai due figli di Juul e del diplomatico Terje Rød-Larsen. Su questo aspetto non risultano, al momento, contestazioni penali formali, ma la vicenda ha comunque sollevato interrogativi sull’opportunità dei rapporti intrattenuti e sulla trasparenza delle relazioni personali e professionali.
Il caso si inserisce in un contesto internazionale già segnato dalle nuove rivelazioni e dalla diffusione di documenti legati all’inchiesta Epstein, che continuano a produrre conseguenze politiche e istituzionali anche a distanza di anni. In diversi Paesi, il riemergere di contatti e frequentazioni ha portato a verifiche, sospensioni e dimissioni, pur in assenza di accuse dirette.
Nel profilo pubblico di Mona Juul pesa anche il suo ruolo storico nei negoziati riservati che portarono agli Accordi di Oslo, le intese firmate negli anni Novanta tra Israele e palestinesi. La Norvegia svolse allora una funzione chiave di mediazione, offrendo un canale neutrale per il dialogo segreto che condusse alla Dichiarazione di Principi del 1993 e, successivamente, all’accordo noto come Oslo II. Un capitolo centrale della diplomazia norvegese, spesso richiamato come simbolo dell’impegno del Paese nei processi di pace internazionali.
Le dimissioni dell’ambasciatrice in Giordania aprono ora una fase delicata per il governo di Oslo, chiamato a gestire non solo l’inchiesta interna, ma anche l’impatto politico e reputazionale di una vicenda che riporta al centro il tema dei rapporti tra potere, relazioni personali e responsabilità pubblica. Un tema che, ancora una volta, mostra come il caso Epstein continui a produrre effetti ben oltre i confini degli Stati Uniti.
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OSCAR VENEZIA
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Re: [O.T.] Donald Trump

#5717 Messaggio da OSCAR VENEZIA »

Stanotte mi sono sognato che entravo a casa di Trump e lui abitava all’ultimo piano del condomino dove sta mia madre e trascinava un biciclettina con le rotelle da riparare, era di suo figlio, che nel sonno era impersonato dal figlio di mia sorella.
Barabino libero!

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Trez
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Re: [O.T.] Donald Trump

#5718 Messaggio da Trez »

sul tubo ci sta un video della diretta del Dibba con una giornalista Rula Jebreal e insomma non è un bel quadro se fosse vero.... :roll:
...ma fa anal??? (by Trez 2001)
La nostra Clara è troppo avanti, del tipo se uno fa una scoreggia lei l'ha già annusata prima che esca dal buco del culo. (Trez 2015)
Ma lei accoglie nel suo petite derrière? (Trez 2025)

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dostum
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Re: [O.T.] Donald Trump

#5719 Messaggio da dostum »

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dostum
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Re: [O.T.] Donald Trump

#5720 Messaggio da dostum »

Tutti da jeffrey sabato sera

Pagava lui, pagava Epstein. Pagava soggiorni in hotel mai fuori dall’esclusiva geografia del Quadrilatero della Moda (in via Gesù) o da quella, altrettanto elitaria, s’intende, amata dagli americani intorno alla stazione Centrale (da ultimo il vicepresidente Vance). Pagava il noleggio di macchine per gite al mare in Liguria e Toscana. Pagava sedute da parrucchieri ed estetiste. Pagava l’acquisto di vestiti, gioielli, quadri nelle gallerie d’arte di Brera.
Pagava chissà a quale titolo, per quale fine, secondo quale strategia l’imprenditore condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni: non lo si legge, in questi documenti, fra i milioni di files resi pubblici, che poggiano su Milano. Milano base della vita di giovani, in qualità prevalente modelle. Che non si conoscevano tra di loro — o almeno non emergono al proposito indizi validanti — ma erano tutte finanziate da Epstein.
A cominciare dai biglietti aerei. Gli approdi all’aeroporto internazionale di Malpensa e i trasferimenti in città avvenivano anche col supporto materiale di Jean-Luc Brunel, agente di case di moda, intimo amico di Epstein, sospettato d’esser stato un suo complice, e morto suicida. Brunel riferiva gli spostamenti garantendo sul successo dell’approdo in stanza, poiché Epstein aveva ordinato aggiornamenti quasi al minuto. Le ragazze erano munite di carte di credito cui attingevano per i soggiorni anziché mettere le spese in conto all’imprenditore (i saldi avvenivano attraverso una delle segretarie).
Al netto della mediazione di Brunel, non mancavano le comunicazioni dirette; negli scambi di email, le ragazze elencavano episodi di quotidianità («Sono dal medico!») e informazioni sui percorsi di studi. Per esempio corsi di lingua italiana, appena uscite dall’aula, anche se «devono essere interessanti le lezioni di arte!». Tutte esperienze offerte da Epstein («Me l’ha regalato Jeffrey, sono felicissima!»), e del resto lui mai mancava di provvedere. Gli chiedeva una ragazza, nell’imminenza d’andare a Praga per un corso, della necessità d’affittare un appartamento in Repubblica Ceca. Era sicura di una pronta e risolutiva risposta, e aveva ragione.

e
“Abbiamo il disperato bisogno di un altro milione di russi.” Con questa frase, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak descriveva la sua insistenza presso Vladimir Putin affinché la Russia favorisse una nuova, massiccia immigrazione verso Israele. L’obiettivo dichiarato: modificare l’equilibrio demografico del Paese e, nelle sue parole, “diluire la presenza palestinese”. Le affermazioni emergono dai nuovi documenti legati a Jeffrey Epstein, rilasciati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e riportati da Middle East Eye.
Le registrazioni mostrano Barak — all’epoca ancora figura di spicco del Partito Laburista — parlare apertamente dell’impatto strategico di un afflusso di immigrati dall’ex URSS, ricordando come l’ondata degli anni Novanta “abbia cambiato Israele in modo decisivo”. Tra i passaggi più controversi compaiono persino allusioni alla possibilità di far arrivare “giovani donne attraenti”, un commento che risuona in modo ancora più disturbante alla luce delle attività criminali di Epstein.
Queste rivelazioni — già esplosive — acquistano ulteriore peso se inserite nel quadro dei rapporti personali tra Barak ed Epstein, che emergono nei file con una nettezza ben maggiore rispetto a quanto raccontato pubblicamente dall’ex premier.
Un rapporto molto più stretto di quanto ammesso
I contatti tra Barak ed Epstein erano infatti molto più intensi e personali di quanto Barak abbia sempre dichiarato. Le email e le comunicazioni citate in diversi report descrivono “un legame di amicizia intima”, ben lontano dall’immagine di una conoscenza occasionale (Roberto Vivaldelli ne ha scritto qui). Epstein discuteva con Barak questioni di politica estera, arrivando a suggerire pressioni e persino interventi militari contro Siria e Iran “nell’interesse della sicurezza israeliana”.
A corroborare la profondità del rapporto ci sono decine di visite di Barak nella townhouse di Epstein a Manhattan — documentate tra il 2013 e il 2017 — anni successivi alla condanna del 2008 per prostituzione minorile. Come ricordato dal Jerusalem Post, Barak fu fotografato all’ingresso della residenza. In alcuni report si cita anche la sua presenza sull’isola privata di Epstein nei Caraibi – presenza sempre negata dall’ex premier.
Negli ultimi anni Barak ha sostenuto che i contatti fossero legati a investimenti o progetti tecnologici. Ma la frequenza degli incontri e il tono delle comunicazioni emerse dai file delineano un quadro molto più stretto e informale di quello ammesso pubblicamente.
Il piano demografico e la logica della selezione
“Molti russi potrebbero stabilirsi in Israele senza che la conversione sia una precondizione”, afferma Barak nelle conversazioni rilanciate dai media statunitensi. Aggiunge poi che, “sotto la pressione sociale”, la seconda generazione si sarebbe comunque adattata. “Succederà — dice — e possiamo controllare la qualità.”
È un linguaggio che rimanda direttamente a criteri di selezione etnica e culturale, e che Barak collega alla storia migratoria del Paese. Dopo la nascita di Israele nel 1948 arrivarono centinaia di migliaia di ebrei dal Nord Africa e dal mondo arabo e musulmano: un flusso che l’ex premier descrive come una “necessità inevitabile”. Oggi, sostiene, Israele potrebbe “essere selettivo” e scegliere chi far entrare: “Possiamo facilmente assorbirne un altro milione”.
L’idea di convincere Putin a facilitare l’arrivo di un milione di immigrati russi si inserisce in questa visione: una politica demografica pensata per rafforzare numericamente la maggioranza ebraica e ridurre il peso politico e demografico della popolazione palestinese, tanto all’interno di Israele quanto in Cisgiordania.
L’ingegneria demografica, insomma, “come strumento complementare alla sicurezza nazionale”.
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